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Luca Arboccò

febbraio 27th, 2020 by

Luca Arboccò è nato a Chiavari (Genoa) nel 1992. Vive e lavora a Lipsia.
Nel 2017 ha terminato gli studi in Pittura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Con la sua pratica, il giovane artista ligure offre un ripensamento dei codici linguistici dell’arte al fine di esplorare i limiti e le possibilità del medium pittorico ed il ruolo di quest’ultimo nel flusso contemporaneo di immagini. La grande epopea della Pittura deve essere intesa, nel lavoro di Arboccò, come storia dello scarto. Si tratta di un fraintendimento, quello tra rappresentazione e oggetto messo in scena, suggerito di volta in volta dai procedimenti e dalle tecniche utilizzati: ogni epoca ha il suo “telefono senza fili”. Come ha scritto Fabio Vito Lacertosa, le opere di Arboccò “si presentano come frutto di una ricerca a metà tra l’evocazione dello stupore e la disillusione,’trompe-l’œil portatili’ in equilibrio tra tensione e fallimento, in una dialettica della visione che è la sfida di richiudere il campo visivo entro i limiti di una soluzione formale che sia credibile, accettabile, convincente.” Nel 2016 Arboccò prende parte alla prima edizione di Pills presso Associazione Barriera, Torino. L’anno seguente vince il Frase Got Talent 2017. Nel 2018 presenta la sua prima mostra personale, Dichiarazione d’intenti, presso Sala Dogana – Palazzo Ducale di Genova, a cura di Fabio Vito Lacertosa. Nel 2018 e 2019 espone nella collettiva itinerante SIX MEMOS (Valladolid, Lublino, Liverpool), a cura di Branka Benčić e riceve la Borsa di Studio Willy Beck.
Nel 2020 riceve il Premio JaguArt, in occasione del quale presenta il suo lavoro, a cura di Gaspare Luigi Marcone, presso la Galleria Mazzoleni a Torino. Alla pratica artistica, Arboccò affianca quella di studioso e divulgatore, collaborando con istituzioni pubbliche e private alla realizzazione di talk incentrati sulle recenti tendenze pittoriche.

Sergio Limonta

dicembre 14th, 2018 by

Nato a Lecco, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Vive e lavora fra Lecco e Milano. Si dedica ad un lavoro scultoreo basato su materiali di recupero, comunque adottati fuori dai canoni artistici tradizionali.
Ha esposto in mostre personale e collettive in varie sedi tra le quali la Galleria Alberto M. Torri di Milano nel 2008, la Galleria neon di Bologna e la Triennale di Milano e nel 2009, lo spazio O’ di Milano e il Teatro Margherita di Bari nel 2011, il Museo Ma.Ga di Gallarate nel 2011, 2013 e 2016, la Fondazione Capri, Capri, nel 2012, la Galleria amt|project a Bratislava nel 2014, lo spazio Riss(e)-Zentrum di Varese nel 2014 e 2016, il MAMBO di Bologna e la Fondazione Zimei di Montesilvano nel 2016, lo spazio Mars di Milano nel 2017.

Giuseppe Maraniello

dicembre 14th, 2018 by

Nato a Napoli nel 1945, frequenta l’Istituto d’Arte e poi l’Accademia di Belle Arti della sua città. Nel1971 si trasferisce a Milano dove inizia a collaborare con la galleria di Luciano Inga-Pin e dove, dal 1991 al 2003, insegna all’Accademia di Brera. Nel corso degli anni Settanta il suo interesse è volto alla fotografia, mezzo che progressivamente abbandona in favore della pittura. Gli anni Ottanta lo vedono partecipe del nuovo fermento di quegli anni, in gran parte centrato sul ritorno alla figurazione e agli strumenti espressivi tradizionali. Maraniello si discosta in parte da questa tendenza accompagnando i sui primi grandi monocromi pittorici con inserti polimaterici, soprattutto legni di recupero, e con piccole sculture in dialogo con le superfici dipinte. Le figure rappresentano la doppia figura di un centauro in lotta con la sua metà posteriore, divenendo simbolo di doppiezza intesa come stato costitutivo del soggetto. Questo richiamo al mito torna costantemente nell’opera di Maraniello come un’insistenza tematica che ritroviamo anche nell’opera scultorea, a cui si dedica già dai primi anni Ottanta. Il tradizionale bronzo però non veicola l’idea della classicità, al contrario l’opera si dispone nello spazio in modalità ardite, sospese, in equilibri studiati fra pesi e contrappesi.
Maraniello ha partecipato a tutte le mostre dedicate ai “Nuovi Nuovi” da Renato Barilli, a partire dalla prima nel 1980; nel 1990 partecipa con una sala personale alla XLIV Biennale dʼArte di Venezia e nello stesso anno espone al Palazzo della Virreina di Barcellona, al Palazzo di Cristallo di Madrid e al Matidenhohe di Damrstadt.
Nel 1993 la Galleria Civica di Trento e la Galleria dʼArte Moderna di Bologna – Villa delle Rose gli dedicano unʼampia antologica. Nel 2004 il Comune di Ischia, gli dedica una ricca antologica alla Torre Guevara, con una installazione permanente collocata nel Parco Negombo; nello stesso anno partecipa alla mostra Il bello e le bestie al MART di Rovereto. Nel 2009 viene allestita una sua grande mostra di sculture monumentali al Giardino di Boboli a Firenze e nel 2012 una personale da Lorenzelli a Milano. Espone da Marconi a Milano nel 1998, nel 2000 e nel 2015, in occasione di una grande antologica.

Filippo Manzini

dicembre 14th, 2018 by

Nato nel 1975 a Firenze, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti della città toscana. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di superare lo spazio chiuso dello studio per confrontarsi con il mondo, così fonde scultura, installazione e azione performativa e sceglie per i suoi interventi spazi urbani pubblici dove inserisce le sue opere creando effimere spontanee installazioni poi documentate fotograficamente. Non diversamente, negli spazi chiusi l’opera è sempre pensata in relazione alle specificità dell’ambiente. Le installazioni di Filippo Manzini si inseriscono nello spazio come elementi complementari di strutture preesistenti: volumi e superfici si compenetrano, mentre i materiali dialogano tra loro generando stati di tensione, rapporti di forza in cui il risultato è il perfetto equilibrio delle parti. Manzini ha lavorato un anno a Los Angeles dove ha esposto, fra le altre sedi, presso l’Hammer Museum nel 2012. Ha inoltre tenuto mostre a Villa Romana a Firenze nel 2010, alla Galleria Artra nel 2013, al Museo di Lissone e ad Assab One di Milano nel 2014, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino nel 2015, nello spazio Mars di Milano nel 2018.
Vive e lavora a Milano.

Remo Salvadori

dicembre 14th, 2018 by

Nato a Cerreto Guidi (Firenze) e trasferitosi a Milano dai primi anni Settanta, Remo Salvadori si afferma come esponente di una generazione successiva all’Arte Povera e al Concettualismo. Utilizza dapprima la fotografia o gli oggetti comuni, disseminandoli nello spazio, per reinterpretare concetti filosofici o figure archetipiche.
Lo spazio è sempre il riferimento principale dell’artista, che lo interpreta come fonte di energia psichica creatrice, cosicché anche il suo studio viene tematizzato nell’opera, e trasfigurato nelle risonanze spirituali che sempre gli ambienti e gli oggetti assumono nel suo lavoro. Grande attenzione viene posta all’interlocutore spesso direttamente tematizzato nell’opera (Losservatore e non loggetto osservato, una scultura degli anni Ottanta).
Per Salvadori l’opera d’arte nasce sempre come volontàdi percepire, ponendosi in relazione con la «sonorità» interiore dello spazio in cui essa viene creata. Secondo le sue parole, la creazione “è un percorso da fare con mente, cuore e membra, in direzione di un desiderio di consapevolezza, quasi fosse un’ascensione e l’ascendereèanche un vedersi”.
Le opere fanno spesso parte di cicli. Tra queste famiglie –che si evolvono secondo una maturazione lenta e consapevole – Nel momento èun lavoro avviato nel ’74 che si compone di lastre di metallo di varie dimensioni su cui l’artistaèintervenuto con tagli e piegature in una complessa dinamica di pieni e di vuoti. Il titolo dell’opera restituisce l’idea di momento sia come ‘istante’, sia come ‘durata’, in riferimento tanto al tempo della creazione, quanto a quello della fruizione.
Per Salvadori l’arte èuna comunione di opposti. Le opere si fondano sulla dialettica, concettuale e formale, fra interno ed esterno, unicitàe molteplicità, spiritualitàe materia. In molte sculture e installazioni ricorrono forme geometriche interpretate come simboli: come il quadrato, indice della dimensione terrestre, contrapposto al cerchio, metafora delle geometrie celesti. I materiali prescelti, i metalli per le sculture (l’importante ciclo dei Verticali) o la grammatica dei colori (Lampada, 1988-89) per le opere su carta, richiamanole teorie dell’antroposofo Rudolf Steiner. Tutto il lavoro di Salvadori verte sull’idea di superamento dei principi di opposizione, che gli deriva dalla frequentazione di quel pensiero come disciplina interiore espressa nell’arte, in modo da giungere a una percezione piùprofonda della realtà. Remo Salvadori ha esposto presso gallerie private come Lucio Amelio a Napoli (1978), Salvatore Ala a Milano e New York (1980 e 1982), Mario Pironi a Roma (1981, 1985 e ’86), Christian Stein, Milano (1988, 1999, 2005, 2017) Building, Milano (2017). Ha tenuto mostre antologiche presso istituzioni come l’Art Gallery of Ontario, Toronto, nel 1987; Le Magasin, Grenoble e il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano nel 1991, il Museo Pecci di Prato nel 1997; la Fondazione Querini Stampalia a Venezia nel 2005, il Maxxi di Roma nel 2012. E’stato invitato alla Biennale di Venezia nel 1982, 1986, 1993 e a Documenta a Kassel nel 1982 e 1992. Fra le mostre collettive a cui ha partecipato ricordiamo Chambres damisa Gent nel 1986, la mostra inaugurale del Museo Mori di Tokyo nel 2003 e Ytaliaal Forte del Belvedere a Firenze nel 2017.