Gianfranco Zappettini

Gianfranco Zappettini nasce a Genova nel 1939. Nel 1962 tiene la sua prima mostra personale proprio nella sua città natale. In questi anni il panorama artistico di Genova è in fermento: il critico e storico dell’arte Eugenio Battisti insegna presso l’Università della città e fonda nel 1963 il Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea, nascono le gallerie Il Deposito e La Polena, Germano Celant prepara il debutto dell’Arte Povera alla galleria La Bertesca e in cui Konrad Wachsmann sta progettando il grattacielo nell’area Italsider. Proprio dell’architetto tedesco Zappettini è collaboratore e da lui apprende il rigore formale, l’importanza della tradizione ma anche l’attenzione per l’innovazione. I suoi primi lavori (anni 1964-1969) rispecchiano il tentativo di dare ordine alla superficie lasciando spazio di manovra all’artista.
Sono anni difficili per chi, come Zappettini, si definisce “pittore”, definizione apparentemente diventata anacronistica: l’artista concettuale Joseph Kosuth si domanda come sia ancora possibile, nel 1969, «pensare in termini di pittura». Zappettini individua il problema della pittura: “non ciò che si vede sulla superficie, ma un linguaggio ormai troppo usurato per potersi degnamente confrontare con le nuove forme d’arte di quegli anni di forte cambiamento”.
Nel 1971 è invitato per la prima volta al Westfälische Kunstverein di Münster per la collettiva Arte Concreta in Italia, curata dal critico tedesco Klaus Honnef. In Zappettini è già matura l’esigenza di rifondare il linguaggio pittorico indagando in modo analitico non tanto la struttura della superficie o la sua percezione, bensì i più semplici elementi grammaticali: superficie, colore, processo, tela, telaio e il materiale utilizzato.
Il pittore inoltre deve immergersi nella realtà del lavoro (tema caldo in quegli anni) ed è così che il processo diventa fondamentale nell’analisi, le fasi di realizzazione devono essere riconoscibili; i materiali utilizzati non sono più quelli tradizionali da “belle arti”, ma vengono presi dal mondo artigianale e industriale. Sarà da questi spunti di riflessione che nasceranno, nel 1973, i “quadri bianchi”.
In Europa Zappettini trova le maggiori consonanze. Fin da giovane è abituato a conoscere di persona i grandi dell’astrazione continentale, visitando gli studi di Max Bill, Sonia Delaunay, Alberto Magnelli, Richard Paul Lohse. Facile quindi trovare in Raimund Girke, Gotthard Graubner, Jan Schoonhoven le maggiori affinità nel lavoro.
In Italia invece frequenta la vicina Albisola e conosce dunque Lucio Fontana, Mauro Reggiani, Piero Manzoni, Giuseppe Capogrossi, Wilfredo Lam e, a Roma, anche Francesco Lo Savio. Queste frequentazioni personali, unite a una forte propensione per la riflessione strutturalista, lo avvicinano allo stesso Honnef e i due tentano in modo concorde di dare a un panorama allora genericamente definito “Nuova Pittura” una chiave di lettura più stringente.
Nasce così nel 1974, la “Pittura Analitica”, per identificare un ristretto numero di pittori europei che lavorano su un ristretto numero di temi: processo creativo, metodo operativo, scelta dei materiali, ruolo dello spettatore, assenza di autobiografismi, mancanza di riferimenti a qualsiasi tradizione pittorica, importanza della serialità.
I bianchi, cui dal 1975 si è affiancata la serie delle tele sovrapposte, vengono esposti in Europa per tutto il decennio nei musei pubblici e nelle gallerie private. Tra le esposizioni personali ricordiamo quelle alla Galerie Loehr di Francoforte, al Westfälische Kunstverein di Münster, alla Galerie Artline dell’Aja, all’lnternationaal Cultureel Centrum di Anversa e alla Galerie Karsten Greve di Colonia.
È presente in mostre collettive come Concerning Painting, che viaggia in tre musei olandesi, (Museo Van Bommel-Van Dan, Venlo; Stedelijk Museum, Schiedam; Hedendaagse Kunst, Utrecht), Bilder ohne Bilder al Rheinisches Landesmuseum di Bonn, Abstraction Analytique al Museo d’Arte Moderna di Parigi.
Nel 1977 Gianfranco Zappettini è invitato a Kassel per Documenta 6. La pittura ha ormai ritrovato la propria ragion d’essere e il pendolo ritorna verso la figurazione. Per l’artista inizia una fase di introspezione, alla ricerca non più della ragion d’essere della pittura, ma della propria. Viaggia in Oriente e arricchisce la sua predisposizione alla riflessione con le pratiche di meditazione e i testi sapienziali della Tradizione d’occidente.
La pittura di Zappettini di questi ultimi quindici anni è il risultato di questa fase: la serie La trama e l’ordito nasce all’inizio degli anni Duemila. Il pittore si rifà alla tradizione, ligure e di famiglia, del macramè; il lavoro quotidiano della spola sul telaio è simbolo dell’opera ordinatrice dell’artista. Il colore diventa protagonista nella sua valenza simbolica: il blu, il rosso e infine il ritorno al bianco. La materia, come negli anni Settanta, è di origine umile: corde, resine viniliche, acrilici, gli stessi wallnet e lo stesso Fassadenputz utilizzato dai muratori per rifinire le pareti.

Vive e lavora a Chiavari, dove nel 2003 ha dato vita alla Fondazione Zappettini per l’arte contemporanea.
Nel 2007, la Fondazione VAF di Francoforte gli ha dedicato un’imponente monografia.
Tra le recenti mostre collettive vanno ricordate Pittura analitica. I percorsi italiani. 1970-1980, Museo della Permanente (Milano, 2007), Pittura aniconica, Casa del Mantegna (Mantova, 2008), Analytica, Annotazioni d’Arte (Milano, 2008), Pensare pittura, Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce (Genova, 2009), Analytische Malerei, Forum Kunst (Rottweil, 2011). Tra le personali dedicategli in quasi cinquant’anni di attività da spazi pubblici e privati, vanno almeno citate quelle tenute al Westfälischer Kunstverein (Münster, 1975), all’Internationaal Cultureel Centrum (Anversa, 1978), al Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce (Genova, 1997), al CAMeC-Centro d’Arte Moderna e Contemporanea (La Spezia, 2007), al Forum Kunst (Rottweil, 2007, con Paolo Icaro), al Lucca Center of Contemporary Art (Lucca, 2012), al Janus Pannonius – Vasarely Museum (Pécs, 2015).