Getulio Alviani

Getulio Alviani nasce a Udine il 5 settembre 1939. “Ideatore plastico”, progettista, grafico, teorico, collezionista, promotore culturale, protagonista di attività che si affiancano le une alle altre; modalità che corrono parallele, non come le appendici di un insieme, ma come campi assai differenti che egli, di volta in volta, affronta.  In qualsiasi lavoro intrapreso, scopo del suo fare deve essere sempre: “Il prolungamento del pensiero come intelligenza tesa a sollecitare un prolungamento simile, ma libero, nei fruitori, in modo da allargare il campo del percettibile”. Sin da ragazzo si appassiona anche all’arte, verso i problemi riguardanti la percezione e l’informazione visiva, iniziando così la sperimentazione in campo pittorico. Presto il suo interesse si focalizza sull’analisi del complesso mondo della “costruzione” e della “realizzazione”. Nel 1954 frequenta lo studio di uno scultore, poi di architetti e di ingegneri; vince un premio in un concorso per il design di strumenti elettrici, progetta delle valvole con una nuova concezione segnaletica e, successivamente, degli interruttori automatici con pulsanti fluorescenti.
Tutto ciò sollecita il suo interesse per l’analisi dei problemi concernenti il funzionamento e la natura di oggetti da “risolvere sempre al meglio togliendo più che aggiungendo”, attraverso un design avanzato. Ha inizio quel processo di acutizzazione percettiva che sarà alla base del suo fare, anche di operatore visivo. Alla fine degli anni ’50 si concentra sui problemi inerenti la plasticità strutturata. Comincia a realizzare Superfici a testura vibratile – temine per lui ideato più tardi da Carlo Belloli – che rappresenta la sua ricerca propedeutica: in acciaio e alluminio dapprima eseguite a mano libera, poi seguendo un preciso ordine geometrico. “Le opere possono, infatti, essere moltiplicabili, riproducibili in serie, perché sono il risultato di una precisa programmazione.” Questa testura sul metallo fa assorbire e rimandare la luce e, in effetti, il termine vibratile – aiutato anche dal colore bianco-argenteo del materiale – riguarda complessi giochi di luce che fanno mutare continuamente la superficie, generando immagini sempre diverse secondo l’angolo visuale.